Il paesaggio fluviale - sarà bene chiarirlo subito - è tutt'altra cosa dal paesaggio dei Delta, che è piatto, orizzontale, statico laddove il primo è mosso, sinuoso, variegato (non fosse altro che per la presenza d'alberi, di boschi). Quanto agli argini, ovviamente condividono queste stesse differenze, tanto da apparire strutture scarsamente paragonabili tra loro: segmenti un po' metafisici, quelli dei Delta, lussureggianti scenografie, quelli che inseguono il fiume nella sua corsa verso il mare.
Me ne vado che è domenica. Che è mattino. Che risplende il sole: un sole particolarmente fulgido dopo una nottata, prima di nebbia, e poi di pioggia intensa. Ma sull'argine non si vede nessuno: soltanto qualche raro pescatore, immobile sulla sponda del fiume in prossimità dell'acqua.
Per curiosità mi spingo fino a S. Maria in Punta, dopo aver raggiunto, ad Ariano nel Polesine, la sponda sinistra. Un grande cartello informa: "Qui ha inizio il Delta del Po". Tuttavia il punto esatto in cui il Po di Goro si stacca dal Po Grande deviando verso sud-est non è visibile, in quanto l'argine se ne tiene lontano. Non mi resta perciò che tornarmene sui miei passi, dopo una serie di brevi perlustrazioni che mi portano ad affacciarmi fra l'altro sull'antica via Popilia (132 avanti Cristo) che collegava Rimimi ad Adria, a ridosso del cordone litoraneo antico.
Una volta dunque l'Adriatico arrivava sin qui, lambiva Ariano Ferrarese (Hadriani): dove adesso io, riguadagnato lato il fianco destro del fiume, posso proseguire alla volta della capitale estense. Lo scenario si fa subito maestoso. In prossimità di Serravalle, sulla mia sinistra, una chiesetta minuscola di taglio settecentesco si incastona in un paesaggio di una grazia così assoluta da indurmi a una brusca fermata. La campagna è una vera esplosione di colori. Grandi rettangoli giallo grano interrompono, con geometrica precisione di linee, lo smeraldo del manto erboso; alcuni alberi isolati introducono a una grande macchia boschiva; a qualche distanza dal bosco si staglia il profilo di una vecchia, imponente cascina.
Dico che sono diretto a Ferrara ma che mi piacerebbe arrivarci senza perdere mai l'argine maestro: è possibile?
Mi risponde uno dei maschi: quello con l'aria più matura di tutti. E' affabile e compiaciuto delle mie espressioni di ammirazione per il paesaggio. Mi suggerisce di arrivare a Berra traghettando da lì sulla sponda veneta. "L'argine veneto è veramente eccezionale dice con qualche enfasi indicando le mie macchine fotografiche. Tutti i suoi compagni, maschi e femmine, fanno grandi cenni di approvazione. Nessuno sa dirmi però sin dove sarò in grado di arrivare seguendo il consiglio:è evidente che a Ferrara non ci sono mai andati, quantomeno percorrendo quella strada.
Se ne vanno incamminandosi verso Serravalle, abbracciatissimi mentre io mi pimetto a fotografare.
Riparto comunque ben presto anch'io, convinto di riagguantarfi dopo qualche chilometro. Invece non li rivedrò più, benché Serravalle sia ancora distante e in giro non si scorgano case: letteralmente inghiottiti dal paesaggio.
Ed eccomi a Berra. Traghettare è sempre un divertimento, un'avventura, perché lungo il Po si fronteggiano dappertutto mondi diversi, costumi, culture, gastronomie spesso senza al- cuna parentela fra di loro. E poi l'argine, si sa, è quasi sempre confine geografico. Sulla sua sommità si celebrano insomma tutti i riti della separazione il che non concorre certamente a determinare, in chi abita da queste parti, una visione culturalmente omogenea del fiume ma, anzi, a frantumarlo in mille schegge.
Per il turista naturalmente nulla esclude che la frantumazione si traduca in allegria, in festa, o per lo meno in gioco: che ci sarà dall'altra parte? Come si parlerà dall'altra parte? Che cosa si mangerà dall'altra parte? Come la penserà la gente dall'altra parte?
Ed eccomi, con la mia vecchia automobile, dall'altra parte. Ma altro che a Ferrara! L'argine veneto ti porta, se vuoi, fìno a Mantova: una passeggiata di una levità conturbante tra cielo, fiume, alberi, chiatte in movimento, e perfino parecchio asfalto sotto gli pneumatici, il che in verità - se può risultare comodo in caso di pioggia - non è affatto una bella cosa, in quanto priva l'argine di uno dei suoi principali motivi di fascino: quello di strada senza tempo, non oppressa da nessuno degli infiniti simboli della nostra arroganza colonizzatrice con i quali stiamo deturpando sino all'ultimo spicchio del nostro Belpaese.