Acqua che si muove, liquida risorsa che scivola verso a mare e trascina nel suo lungo cammino minuscoli pezzi di montagna. Acqua che corre e muove mulini e gualchiere, che arrotonda le pietre, che deposita e disperde nella pianura fertilità strappata ai colli e ai monti. Acqua che crea nuovi campi là dove il fiume diventa pigro e cerca il mare, costretto a dividersi in tanti altri fiumi per varcare i montoni di sabbia che l'Adriatico ha posto a sua estrema difesa. Acqua che sorregge burchi e vascelli e che ristora assolati campi nell'estate.

Ma anche acqua dal sordo e terrorizzante rombo, che sradica salici e pioppi
con ira incontenibile, melma liquida che in una notte si porta via il lavoro
e la fatica degli uomini delle montagne, che ricopre di sterili sabbie i fertili
limi depositati sui campi dieci, cento o mille anni prima. Acqua con tanta
fatica racchiusa tra argini e ripari, ma mai definitivamente domata, capace
di riempire di sé ogni cosa e di costringere anche il mare a farsi di fango. Acqua inquietante e minacciosa, che sgorga da fontane all'improvviso aperte ai piedi dell'argine creato dagli uomini. Acqua da bere, ma insieme veicolo e ricetto di ogni veleno che l'uomo economico ha inventato per la sua vita (o per la sua morte) su questo pianeta. Molti, forse troppi, attingono a questa risorsa vitale catturando quell'acqua in movimento e convogliandola in mille rivoli verso campi riarsi, città e
paesi anche molto lontani dal fiume. E' acqua dei grande fiume quella che scorre
oggi fino alle assetate campagne romagnole dalla pianura mediana bolognese
al Cesenate e al Riminese.
E' questo il momento, nel cuore dell'estate, in cui il fiume sembra inabissarsi
nel suo stesso letto e la sua acqua pare scomparire sotto i ghiareti o sotto
le grandi e bianche lame di arena, anch'essi diventati umile ma redditizia
risorsa da sottrarre al fiume e da vendere agli uomini che incessantemente
costruiscono case, strade e città. In realtà la vita del fiume prosegue ancora, sotterranea, e continua ad alimentare altri pozzi e fontane, fino a quando parte dell'acqua che continua a scorrere inabissata finirà per riemergere più a valle e ridiventare di nuovo fiume. Da questo punto in avanti l'acqua si fa fiume vero, perenne e sempre più pensile, racchiuso da argini la cui sommità sovrasta
orinai quella delle case.
Anche gli altri fiumi che gli recano tributo devono piegarsi al suo periodico
respiro. Siano acque alpine di neve disciolta, decantate e intiepidite nei
grandi laghi, oppure quel fango liquefatto che scende lungo i fondovalle
dell'Appennino, tutti nell'avvicinarsi al fiume devono essere invasati ed
arginati. Solo a questa condizione il grande fiume potrà accogliere le loro acque, che altrimenti stagnerebbero in grandi laghi ai lati del suo letto. Visti tutti insieme, acque e fiumi, argini e campi, fabbriche e case, altro non sono che un mirabile ed inestricabile connubio tra elementi della natura e lavoro dell'uomo. Essi formano una "patria artificiale", come l'ha definita Lucio Gambi.
Tutto questo è il Po, nella storia delle sue genti, nell'economia delle sue piatte e geometriche campagne e delle città che sulle sue rive si affacciano. La storia dei fiume e delle sue acque è inscindibile dalla storia degli uomini che hanno vissuto in questa valle, nella fortuna e nella sventura, nella prosperità e nega carestia, nella pace e nella guerra. La grande lama d'acqua in movimento è stata spesso confine di Stati, mai di uomini. Essa attraversa infatti ogni giorno, senza passaporto, quei confini politici che gli uomini hanno inteso porre tra di loro ed accomuna - anziché dividere - le loro esistenze in tanti aspetti materiali, nella cultura, nella parlata, nella forma delle case e dei campi, nei momenti fondamentali dello scambio. Se attraversare il fiume è questione di pochi minuti per l'uomo che spinge il nero e piatto battello; e se l'alveo del Po è stato
per secoli una grande via per merci ed uomini, poteva mai il fiume divenire
veramente frontiera?